Il Mito

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Capripede e Ripenia 

ImmagineSi narra di una grotta, non lontana dall’abitato, abitata da strani esseri che si muovono, con leggiadria e guizzi improvvisi, ove Zenone invoca il Nume ai suoni del lituo, in una danza accennata sulle acque gelide della fonte Trigella.
La spelonca, rifugio e regno di Dite, oscura la visione e lo sgorgare di acque, sino a quando il verno non lascia spazio alla felice stagione primaverile che lascia stillare le acque dell’antro, in uno sfavillio perfetto di argentei segni, oppure tracimare i suoi gelidi rigagnoli sulla sponda secca della fonte. E intorno la montagna sputa fuoco in orribile voragine che appare come la naturale onda del Lete.

Quivi Capripede, fauno innamorato, attende ogni giorno che il sole e i suoi raggi riflessi nell’acqua, filtrati dalle fronde del bosco,  disegnino i dolci lineamenti dell’amata Ripenia intenta a rinfrescare la lunga chioma dorata tra le acque della Trigella.
E’ un incanto di colori ed etere, il luccichio dei lunghi capelli chiari adagiati dolcemente sulla spalla della divina creatura.

Capripede incalza! Non può sopportare i riflessi degli occhi di Ripenia senza desiderare, seppure per un istante, il dolce sapore del suo alito e avvertirne il calore.
…. La ninfa è sfuggente. Scappa via, si allontana a dispetto; si nasconde nel bosco, discende la china e si tuffa ancora nelle acque; riappare come dea, sfiora lo sguardo e si inoltra sui sentieri della  grotta, provocando le ire del Fauno, che si infuria e saltella con forza ancora maggiore:
“dove nascondi il tuo sguardo o Naiade d’incanto?…Credi, forse, di evitare il mio amore col solo gioco, oppure mi intrappoli, bloccando il respiro affannoso, fino a farmi morir soffocato?”

“Non posso fermarmi nè indugiare alle sponde del fiume; prima che tu mi prenda per mano devo condurre i miei passi lontano, dove il bosco è più rado e il sole incontra la sempiterna notte dell’antro” – ribatte la giovane Naiade – “là natura volle che io incontrassi l’eterno divenire tra terra, acqua ed aere! …là accarezzo il mio destino e adagio il riposo del mio cuore”.

Capripede, non rassegnato dalle ninfee parole, recalcitra e si agita con occhi arrossati mentre tenta inutilmente di acciuffarne i capelli.       

“Maledetto sia il giorno del mio afflato d’amore, s’io non sappia intrappolarti, accarezzarti i capelli, stringere le pieghe delle tue vesti leggiadre!” – così dicendo, il fauno si inarca col corpo a lambire le acque gelide della fonte: ma è inutile a cospetto dell’agile movimento della Naiade.

Ormai la dolce creatura sembra aver conquistato lo slancio che ne occulta la visione. Ella s’invola verso l’alta parte della collina e, seguita da fantastica scia di piccoli esseri, conduce la sua presenza all’interno dell’antro.
Quivi discende con leggiadra misura dei passi e respira contemplando il silenzio della grotta.
Conduce i suoi passi verso una piccola conca d’acqua profumata e, immergendovi il corpo sensuale, in essa trova ristoro dall’affannoso rincorrersi della gelida fonte, dove capre e pecore sogliono abbeverarsi dopo il lungo alpeggio.

Intanto, le acque della Trigella si intorbidano e assumono aspetto sinistro, colpite dalla maledizione del fauno che, privato della ninfea conquista, ne maledice  la portata invocandone il suo avvelenamento.
“Tremate pastori per i greggi che conducete alla fonte! Quest’acqua sia maledetta a causa del mancato amore di Ripenia e sia privata del suo alimento nel verno, così che anche gli uomini possano non ascoltarne il dolce scrosciare”, sentenzia Capripede, ansimante d’amore tra boschi, vallate, anfratti ed acque gelide.

Ancora oggi il viandante silenzioso, se saprà condurre i suoi passi verso l’ignoto del mito, potrà ascoltare  le dolci melodie e i versi che emulano quell’incanto, intravedendo le ombre e i contorni  della eterna bellezza di Ripenia e il selvaggio lamento d’amore del Fauno

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